
Ci sono pagine della storia nazionale che per decenni sono rimaste affidate al sussurro dei ricordi familiari, custodite gelosamente dietro le porte chiuse dei campi profughi o cancellate da un colpevole silenzio istituzionale. A restituire dignità e voce a una delle ferite più profonde del Novecento italiano è oggi Giuseppina Mellace, che si aggiudica la sezione Saggistica del Premio Antonio Semeria 2026 con l'opera “Le donne e l’esodo giuliano dalmata” (Mursia).

Il saggista e la memoria: ridare voce agli ultimi
Nel solco della migliore storiografia civile, Mellace – autrice romana da anni in prima linea nella ricerca storica sui lati più oscuri e rimossi del secolo scorso – torna a interrogarsi sulle fratture del confine orientale. Lo fa spostando l'asse dell'analisi dal macro-evento politico alla micro-storia vissuta sulla pelle dei più fragili, o meglio, di quelle donne che dell'esodo furono l'architrave silenzioso e dolente.
«Nel 1944 una bomba centrò la nostra casa/albergo distruggendola completamente... Indubbiamente il dolore più grande in quel periodo era non aver più notizie di papà e del nonno paterno che gli uomini di Tito avevano preso e portato via: di loro non abbiamo saputo più nulla.»
Partendo da questa struggente testimonianza, il volume attraversa il periodo compreso tra l’armistizio del 1943 e il complesso dopoguerra, svelando il prezzo altissimo pagato dalla popolazione femminile. Sradicamento, violenze indicibili, l'impatto di un'accoglienza nella Madrepatria spesso fredda e diffidente, la dura promiscuità dei campi profughi e le rinunce materiali e morali: tutto viene analizzato con il rigore del documento e la forza dell'empatia narrativa.
Il fil rouge: da Egea Haffner a Licia Cossetto
Il saggio si snoda attraverso un intreccio potente di testimonianze dirette e indirette. Il fil rouge che tiene unite le pagine è segnato dalle vicende emblematiche di Egea Haffner, la celebre "bimba con la valigia" divenuta il volto simbolo del Giorno del Ricordo, e di Licia Cossetto. Quest'ultima, dopo il strazio inimmaginabile di aver riconosciuto la salma della sorella Norma – barbaramente violentata e gettata in una foiba –, fu costretta alla drammatica fuga e all'abbandono definitivo dell'Istria natia.
Non si tratta, tuttavia, di icone distanti, ma di "eroine del quotidiano". Donne comuni che non hanno mai avanzato pretese smisurate, se non quella elementare e sacrosanta di poter vivere con dignità la propria esistenza, strappate alla furia della geopolitica e relegate per troppo tempo ai margini della Storia ufficiale.
Un percorso di ricerca rigoroso
Il riconoscimento sanremese corona una carriera di studi rigorosa e appassionata. Giuseppina Mellace, già firma di importanti lavori come Una grande tragedia dimenticata (2014) sulle foibe, I dimenticati di Mussolini (2019) dedicato agli Internati Militari Italiani e la recente fatica La questione di Osimo (2025), conferma ancora una volta la propria vocazione: colmare i vuoti della memoria collettiva.
Con questo saggio, premiato sul palcoscenico del Semeria 2026, si compie un ulteriore passo avanti per squarciare definitivamente il velo di nebbia che ha avvolto l'esodo giuliano-dalmata, ricordando a tutti che un Paese che vuole dirsi civile ha il dovere morale di fare i conti con tutte le sue ferite, specialmente quelle portate in silenzio dalle donne di confine.




